Migranti e non

Migranti e non. Come l’acqua sulla sabbia

di Federica Veglia, volontaria di Migr’Action

migranti e non

Che cosa spinge una persona che non ha vissuto direttamente un’esperienza di migrazione a interessarsi così tanto alle persone che emigrano?

E’ una domanda che mi sono posta molte volte. Nel mio caso prima di tutto è stato un ricordo, e quindi l’occasione inaspettata e meravigliosa di ritrovare e rivivere una parte di me.

Ricordi di racconti che si perdono nella notte dei tempi, ma che allo stesso tempo sono vicinissimi, concreti, hanno odori, sapori e suoni. Sono i racconti dei miei nonni emigrati dalla Puglia, che lì la terra era bassa e avara da lavorare, che al Nord si poteva fare lo scalpellino, il manovale, il meccanico o il commerciante ambulante; delle zie che tutte le domeniche andavamo a trovare e insieme a una scartellata e a un bicchiere di gazzosa ci regalavano il loro accento che arrivava da lontano, che ricordava la terra, il sole, la vicinanza e il calore delle famiglie. Quella comunanza, quella condivisione e quel cuore aperto che al Nord faticavo a trovare.

Sono il ricordo di un sorriso fatto anche di rassegnazione, ma in quelle case tu ti sentivi sempre al tuo posto. Non eri mai estraneo. E così pure quando andavo, pochissime volte per la verità, a trovare cugini lontanissimi a Trani o a Minervino: ecco, in quelle case ero a casa mia e le bambine che incontravo erano mie sorelle e nessuno mi avrebbe fatto l’esame per giudicare chi ero e se ero all’altezza e se avrei potuto essere parte di un gruppo con loro. E’ così: ancora oggi la competizione e la selezione sono qualcosa che mi chiudono il cuore. Sì, a un certo punto ci si abitua, è vero, si trova il modo per sopravvivere, ma vivere davvero è un’altra cosa.

Ecco, quei momenti bellissimi di vita vera, quella sensazione di far parte di una meravigliosa e naturale e fatale immensa famiglia li ho vissuti di nuovo quando sono entrata in contatto per la prima volta con una giovane famiglia marocchina a Biella. Non c’era bisogno di dirlo: io ero parte di quella famiglia e lo ero sempre stata. Senza bisogno di definire i ruoli. Ero sorella, figlia, zia e mamma allo stesso tempo. E stavo bene: avevo ritrovato un pezzo della mia famiglia e della mia vita che credevo perduti per sempre. Li frequentavo, e li frequento tuttora, per ritrovare una parte di me, per mettere un po’ di pace nel cuore e ricomporre dei pezzi mancanti.

Ogni volta che incontro delle persone migranti, la sensazione è quasi sempre la stessa: capire di essere parte di un’unica e grande anima, in cui c’è posto per tutti, in cui tutti si riconoscono semplicemente come esseri umani. Io non lo so se esiste una spiegazione scientifica di questa sensazione che provo: so che la provo, e basta. E una forza come questa, che apre così tanto il cuore, non la si lascia andare tanto facilmente.

Non hai mai pensato che le persone migranti che incontri in qualche modo ti vogliano usare?

E’ una questione delicata, e la domanda certo non è priva di senso. Ogni relazione umana, così come può portare a comunione e condivisione, può anche essere spinta dalla ricerca della convenienza. Su questo Roland, il presidente della mia associazione, ha le idee chiarissime, e mi ha aiutato a capire molte cose. Più ci saranno squilibri (economici, sociali, di accesso alle opportunità), più questa ricerca della convenienza sarà pressante e difficile da arginare. Ecco, sì, questo è uno dei peggiori e subdoli effetti degli squilibri attuali. Quindi sì, come per qualunque relazione umana occorre restare vigili, avere sempre aperti gli occhi e il cuore, per non ingannare e non essere ingannati.

Non ingannare, perché è facile cadere nel gioco della pietà, cioè andare verso l’altro perché ci fa pena, non perché lo stimiamo o ci sentiamo simili a lui. E così fingiamo di interessarci a lui, ma non vorremmo mai prendere i suoi panni, perché i suoi panni sono lontani ed estranei a noi, forse un po’ ci disgustano anche.

Non essere ingannati, perché se noi ci avviciniamo all’altro con l’idea che lui, per entrare nel nostro monto, debba diventare come abbiamo in mente noi, prima o poi incontreremo proprio qualcuno che ha voglia di fingere di essere come lo vogliamo noi, per ottenere dal nostro incontro, consapevolmente o meno, il massimo della convenienza. Quindi sì, questo rischio c’è, ma è reciproco. Ho notato che se il primo approccio è viziato, anche il seguito della relazione sarà probabilmente viziato. A meno che entrambi non si capisca l’inganno e non si cerchi di rimediare. Ovviamente, per farlo, bisogna averne la motivazione.

E tu, quale motivazione trovi? Cos’è che ti interessa nelle persone migranti?

Mi interessano le loro vite, i loro mondi, i loro sogni, anche.

Delle loro vite di prima mi interessa tutto ciò che ai miei occhi e al mio cuore sembra più vero. Dettagli delle loro famiglie, delle loro case, dei loro quartieri e dei loro villaggi. Odori, sapori e suoni che risalgono il cammino della memoria e si manifestano con le parole; parole pronunciate con un accento spontaneo, con una risata vera, che non ha bisogno di essere tradotta. Mi interessano particolari delle loro abitudini e del loro modo di relazionarsi con gli altri: che cosa mangiano e chi cucina, se si siedono a tavola tutti insieme o se nelle loro case non esiste la tavola; se hanno orari abitudinari e se la sera si sta fuori o si va a dormire presto; se a scuola ci vanno tutti e come è fatta. E poi che idea avevano, se ce l’avevano, dell’Europa. Ma su questo a me è sempre sembrato abbastanza difficile trovare la verità. I sogni: anche questi sono difficili da scoprire attraverso le parole. Piuttosto, li puoi intravedere negli occhi, e trattarli con la riservatezza e la delicatezza di cui hanno bisogno.

Delle loro vite di adesso, della transizione (perché di questo molte volte ho l’impressione che si tratti), mi piacerebbe moltissimo capirne la verità, l’essenza. Però molte volte mi sfugge. E’ custodita così gelosamente che forse pochissimi la riescono a comprendere.

E così cerco di vivere la relazione per quello che è: un incontro, che qualche volta lascia un segno forte, un’impronta che non si cancella; altre volte scivola via, come l’acqua del mare porta via un segno lasciato sulla sabbia. Ma anche l’acqua ha una buona memoria, e forse quei segni, da qualche parte del mondo, li potremo un giorno ritrovare.