“MALEDETTI CONFINI”

CACCIATORI DI MIGRANTI

– Marinella Salvi, TRIESTE,29.05.2020

La rotta balcanica. Le ronde dell’ultradestra slovena arrivano in Croazia e lambiscono Trieste, picchiano i rifugiati, li ributtano indietro. A coprire i paramilitari in mimetica e passamontagna c’è un governo sempre più estremista.

in divisa militare: Fermo! È una calda mattina di maggio e il giovane si trova inginocchiato con un fucile puntato alla testa. Una passeggiata in Carso con la sua ragazza, sul bordo del confine, di là, a un soffio dall’Italia. Sono cittadini italiani di lingua slovena, domicilio temporaneo in Slovenia, e riescono a spiegarsi. La ragazza, presa in mezzo da due energumeni, grida infuriata, la squadra che li ha fermati si allontana: cercavano i crni, i neri.

La cosa finisce sui giornali e ne nasce un caso diplomatico: la Farnesina chiede lumi, il governo sloveno nega la presenza dell’esercito, il confine è sempre presidiato da pattuglie miste italo-slovene di polizia, le divise militari si confondono tra gli alberi. Anche la Slovenska Varda dichiara di non essere stata presente in questa zona ma si fa fatica a crederlo.

NATE AI CONFINI con l’Ungheria, negli anni in cui la rotta balcanica risaliva più a est, le ronde patriottiche paramilitari si sono mano a mano spostate sul confine con la Croazia e, da lì, affacciarsi su Trieste è un attimo. Dalla Štajerska Varda (guardia stiriana) di Andrej Šiško, loro capo indiscusso, ultranazionalista e pluricondannato, sono gemmate altre formazioni, sempre più accanite e sempre meno perseguite dalle autorità slovene che, pure, l’anno scorso le avevano dichiarate illegali.

Ma la svolta a destra del nuovo governo è sempre più marcata e «la sicurezza» come «i migranti ci invadono» sono parole d’ordine che fanno comodo a tutti. Le ronde in mimetica e passamontagna acquistano sempre maggiore visibilità: si schierano nelle manifestazioni pubbliche e arrivano ad accerchiare una stazione di polizia, com’è successo il 17 maggio vicino a Maribor. Contattaci, ti senti minacciato? interverremo a difenderti; il tamtam è martellante. Contro i migranti, a un passo dall’Italia, mancavano solo le ronde.

Volontari alla stazione di Trieste distribuiscono aiuti ai migranti.

DAI CAMPI DI RACCOLTA in Bosnia dove sono ammassati senza alcun servizio né aiuto, i migranti riescono comunque ancora a fuggire. A piccoli gruppi risalgono la penisola balcanica in condizioni sempre più drammatiche: boschi, fiumi, montagne, filo spinato e le polizie di frontiera che fanno a gara per umiliarli e ferirli, per ricacciarli indietro, sempre e con qualsiasi mezzo. Ributtati indietro, una riammissione (illegale) dopo l’altra, un calcio dopo l’altro, ma il game non si ferma: possono perdere solo la vita e ci riprovano.

In città, in queste ultime settimane, sono arrivati a centinaia; quelli scampati alla riammissione, pratica ormai invalsa su tutti i confini, denunciata più volte da ICS e Caritas.

Qualcuno trova un passeur ma in tanti escono dai boschi del Carso laceri e affamati, sul corpo i segni delle botte, sui piedi il martirio di centinaia di chilometri. Arrivano e sono obbligati alla quarantena, in strutture ormai sature e sotto le grandi tende mimetiche dell’esercito. Più di settanta i minori non accompagnati, problema nel problema.

LA RISPOSTA delle amministrazioni di destra, in Comune e in Regione, è feroce: la dismissione di qualsiasi servizio di supporto, chiusura dell’Help Desk in stazione e degli spazi diurni. Ancora medicazioni e un panino sul marciapiede lercio solo per l’indomabile volontà di Linea d’Ombra e delle dottoresse di la Strada Si.cura mentre un assessore regionale della Lega grida in televisione:

«Arrivano che hanno 17 anni e mezzo, quel che gli serve, così poi se ne stanno belli belli qua e noi ce li dobbiamo tenere!».

In realtà, passata la quarantena, praticamente tutti vengono subito trasferiti, non è chiaro dove e gli ultimi a saperlo sono loro. Un siriano che parte lascia sulla branda un foglio scritto in arabo:

«Immagina di essere ancora in prigione, di avere paura della guerra, di essere vagabondo in Turchia o in Grecia o attraverso l’Europa. Immagina di essere in uno di quei miserabili campi bui e l’odio e il razzismo. Il destino e le circostanze ti hanno portato in un paese che non è il tuo, con un popolo che non è il tuo, e altre lingue e usanze e culture. E persone che non sanno cosa significa essere soli in situazioni così e le porte chiuse in faccia. E tu pensi soltanto a un posto per dormire e a un modo per non sentire la fame. Non vuoi aggredire, non vuoi rubare niente a nessuno: vuoi pace, solo pace. Ti scongiuro: dimmi cosa devo fare per vivere sicuro nel tuo paese? Questo globo è solo per alcuni, non è per tutti? È il passaporto che fa di me un uomo? È lui che determina se merito di vivere oppure no? Maledetti passaporti, nazionalità, confini».

«Le terre che tutti cercano di occupare, di sfruttare, mentre i poveri vengono schiacciati e, se sopravvivono alla morte, se la augurano mille volte al giorno – continua il biglietto – Abbiamo ingoiato l’ingiustizia e siamo stati zitti per non essere imprigionati o uccisi, l’abbiamo fatto perché chi ci ama non provi anche questo dolore».

 

© 2020 IL NUOVO MANIFESTO SOCIETÀ COOP. EDITRICE