MALDAFRICA

A volte penso a cosa possa essere il “Mal d’Africa”. La risposta è semplice: sono i sorrisi, gli abbracci, la gioia di vivere, i volti, le emozioni che riporti a casa.
Emozioni che ti rimangono dentro e, ogni tanto, riaffiorano.

Sono partita per la missione di Langata a Nairobi a metà agosto di quest’anno e ci sono rimasta per una quindicina di giorni.
La struttura ospita un’ottantina tra bambini e ragazzi sieropositivi, che sono seguiti dalle suore del Cottolengo.

In questa missione ti senti accolto, piano piano ti ambienti, cerchi di entrare in contatto con i ragazzi e con i bambini.
Ti accorgi di quanto siano autosufficienti. La prima volta che cerchi di imboccare i più piccoli, che hanno più o meno un anno e mezzo, vieni bloccata dalle suore. Tu non comprendi subito il perché, ma in effetti poi ti fanno capire che quando andrai via loro dovranno tornare ad aggiustarsi, a imparare a cavarsela da soli.

E sì loro se la cavano da soli: a cinque mesi sono in grado di tenere il biberon tra le manine e bere il loro latte prima di addormentarsi, imparano a leggere alla scuola materna, imparano a vivere con quel poco che hanno. I ragazzi più grandi aiutano i più piccoli.
Alcuni hanno ancora il papà o la mamma, altri sono orfani di genitori morti di Aids, alcuni sono stati abbandonati per strada, e hanno trovato asilo nella missione.

A guardarli questi bimbi dagli occhioni grandi e luminosi, non ti accorgi del dolore che possono avere passato nonostante la giovane età. Sono tenuti bene dalle suore e dalle maman, che lavorano lì. La missione è pulita, c’è internet, c’è cibo, la luce elettrica, si mangia ogni giorno, anche perché i bambini prendono le medicine e quindi devono avere una alimentazione adeguata. Ogni mattina ai più piccoli viene fatto il bagnetto e vengono cambiati e abiti, coperte, lenzuola vengono messi nelle grandi lavatrici che girano per tutto il giorno. Si stende all’interno, ma anche sulle siepi e nel prato.

Ti accorgi che anche stendere, piegare gli abiti, pulire “quintali” di carote, patate, barbabietole, è un “prendersi cura”. Poi vai a giocare nella Play room e lì ti rendi conto di quanta energia devi avere per giocare con loro nella “fossa dei leoni”. Li abbiamo anche accompagnati fuori a fare una passeggiata, ma le strade africane non sono poi così semplici e un po’ di timore c’è stato.

E’ faticoso dal punto di vista fisico, perché ti viene naturale impegnarti, alzarti presto per dare una mano con i più piccoli, passare poi in lavanderia, in cucina, aiutare nel momento del pranzo o del gioco.

Ti senti parte di quella comunità, circondata da grandi ville, con un orto curato, le galline, le mucche che pascolano nella missione, vai anche a dare da mangiare ai maiali o a gettare i rifiuti nell’inceneritore. Ci sono momenti in cui non comprendi certe situazioni, ma non giudichi.

Un pomeriggio abbiamo anche organizzato un “Magic show” con trucchi magici e balli e i ragazzi erano felici e lo hanno dimostrato con gli applausi, con il loro splendido sorriso. Anche la tombolata è stata speciale. Pensavamo si presentassero una decina di ragazzi e invece sono arrivati in una quarantina, soprattutto grandi. Quando hanno vinto i peluche che avevamo messo come premio non ci aspettavamo quella gioia, quel grazie che era davvero spontaneo.

E’ stato bello ballare con loro, vivere con loro la domenica, che era un giorno di festa, dove tutti si vestono bene per partecipare alla messa.
Ho goduto delle cose semplici. Di un abbraccio delle maman, di un grazie delle suore, della condivisione con i volontari che hanno vissuto questa esperienza con me. Mi sono commossa tante volte sentendo le storie di questi bambini che nascono già segnati dalla sieropositività, che devono essere forti, che devono diventare grandi, che magari fuori da quelle mura non hanno nessuno. Quello che si riceve è tanto, è un’esperienza che non ti cambia la vita. La tua quotidianità al ritorno resta, ma cambia la prospettiva e, in qualche modo, cambi anche tu.

A volte penso alla festa che ci hanno fatto prima della partenza. Erano tutti seduti nel salone a cantare per noi. Poi ci hanno accompagnati dentro a braccetto, come si fa con gli sposi, e ci hanno dedicato i loro balli, ci hanno coinvolto, ci hanno regalato una collana, che continuo ad indossare.

Cosa posso dire di questa mia esperienza? Che è stata speciale e viverla con una mia cara amica, l’ha resa ancora più emozionante. Mi sono accorta che non vedevo davvero la differenza di pelle e, per me, è stata una “scoperta” importante. Vedevo semplicemente dei bambini, delle persone.

Non riesco più ad ascoltare i discorsi razzisti o le frasi fatte, perché credo semplicemente che non abbiamo dei meriti ad essere nati in una parte del mondo piuttosto che in un’altra meno “fortunata”.

Le suore, ogni tanto, mandano le foto dei bambini che stanno crescendo, ed è davvero bello pensare a loro con affetto e nostalgia.

Credo che il “Mal d’Africa” alla fine sia questo.

Antonella