L’attualità del male

La Libia dei lager è verità processuale. Come ridare voce e dignità ai protagonisti delle migrazioni contemporanee e alle loro storie
locandina evento l'attualità del male

Venerdì 14 giugno 2019 l’associazione Mondi senza frontiere ha organizzato una serata di approfondimento al Salone della Biverbanca di Biella: di fronte ad un pubblico particolarmente numeroso e attento hanno parlato Maurizio Veglio, avvocato di Torino e membro dell’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione, curatore del recente libro L’attualità del male. La Libia dei lager è verità processuale, Luca Rondi, laureando in Giurisprudenza e giornalista locale e Ahmed Baali, giovane studente yemenita, testimone e vittima di torture in Libia, rifugiato in Italia e residente nel territorio biellese.

Ancora un’occasione per conoscere le verità scomode del mondo delle migrazioni e in particolare della rotta libica; ancora un’occasione per sapere e quindi testimoniare, agire, resistere.

Tema di partenza della serata è stata la prigione: come dice il filosofo camerunense Mbembe, citato a inizio discorso da Luca Rondi, “la prigione è il luogo centrale dei nostri tempi”. E lo è soprattutto in quei luoghi che sono crocevia dei passaggi migratori contemporanei, come la Libia. Ma che cosa siano veramente quelle prigioni sembra essere un dettaglio marginale, se non del tutto trascurabile, sia nell’opinione comune sia nella consapevolezza delle Istituzioni. Finché, nel 2017, il Tribunale di Milano emette una sentenza (che è proprio oggetto della trattazione del libro di Veglio) con la quale viene condannato Osman Matammud, 22enne cittadino somalo colpevole di tredici omicidi, punizioni dolorose e umilianti e violenze sessuali ai danni di decine di migranti nel centro di Bani Whalid, in Libia. Matammud era stato riconosciuto nei pressi della Stazione centrale di Milano da un gruppo di suoi connazionali e denunciato alla Procura della Repubblica di Milano. A seguito di indagini, di ascolto di testimoni e di perizie mediche e tecniche si è arrivati alla condanna. Le pagine di quella sentenza, dice Veglio, sono come un grande romanzo dell’orrore. La figura di Matamud, drammaticamente, emerge come quella di un Kapo di un Lager nazista: lui stesso migrante “detenuto” diventa l’aguzzino dei propri connazionali, in un meccanismo disumanizzante e terribile, incentrato sull’ottenere il massimo del profitto.

Ma come si arriva alla detenzione dei migranti in Libia? Come ha spiegato in maniera chiarissima Maurizio Veglio, i migranti in Libia sono fonte di reddito almeno in tre modi, a partire dal momento in cui vengono arrestati perché privi di passaporto. Più che di un arresto, in effetti, si tratta di un sequestro, perché l’arrestato non potrà mai vedere un avvocato e non si arriverà mai ad un vero e proprio processo. Una volta sequestrati, estorcere denaro ai migranti o utilizzarli in qualche modo come fonte di reddito non è difficile: il riscatto può essere chiesto ai familiari o ai conoscenti residenti in Libia o anche direttamente nel Paese d’origine attraverso un Money Transfer; può avvenire attraverso la vendita a cittadini libici e la conseguente riduzione in schiavitù (sono documentati video di aste di persone) per prestazioni lavorative o sessuali; può avvenire attraverso prestazioni lavorative continuative e in condizioni estreme all’interno o nei dintorni del carcere stesso. All’interno della struttura, poi, la condizione umana perde ogni significato: il corpo del migrante non è più nelle sue disponibilità; i carcerieri possono prendersi qualunque libertà e i metodi di tortura documentati sono diversi, tutti sotto l’unico denominatore della disumanizzazione.

Da anni i migranti che passano attraverso la rotta libica raccontano e documentano queste condizioni di tortura e disumanizzazione, ma la loro voce di protagonisti sembra sempre marginale, se non del tutto assente, nella narrazione generale che riguarda le migrazioni. E’ nell’esperienza di chiunque ascolti un migrante mentre racconta la propria storia percepire come un buco nero quando si arriva alla parola Libia, come ha ricordato giustamente Paola Lanza, volontaria di Mondi senza frontiere presentatrice della serata: dalle persone più estroverse alle più timide, dalle più spavalde alle più timorose, il pensiero della Libia è qualcosa che offusca lo sguardo, e raramente c’è la voglia di approfondire. Andare in profondità farebbe probabilmente troppo male.

un momento della conferenza

Ci è invece riuscito Ahmed Baali, che, con voce calma, con saggezza e con grande coraggio ci ha raccontato la sua storia: dalla vita di studente in Yemen, alla partenza per l’Egitto, ai tentativi falliti di ottenere un visto per l’Europa, alla decisione di passare dalla Libia. Ma la Libia gli “ha cambiato la vita”. Quasi subito, poco dopo il confine, è stato preso e portato inizialmente in una piccolissima stanza con altre cinquanta persone, poi spostato in una prigione per sei mesi. Questo “ha lascito un grande segno” nella sua vita. Nella prigione, oltre a lavorare in maniera forzata, è stato picchiato, torturato in vario modo, costretto a combattere con dei compagni per divertire le guardie. Per alcuni giorni, senza ragione, non ha ricevuto cibo. Le guardie sono per lui “persone ignoranti”, talvolta analfabete, che si mostrano nella loro fragilità quando chiedono ai migranti di compilare dei moduli di lavoro al posto loro.

Ma il peggio è arrivato nel terzo luogo di detenzione, la prigione di Al Beida: undici giorni, “i peggiori della mia vita”. Qui gli occhi di Ahmed si sono abbassati e il racconto è stato vuoto di dettagli. L’unico particolare di cui è riuscito a parlare è di nuovo un periodo senza cibo (quattro giorni). Finalmente da Al Beida riesce a farsi spostare a Bengasi e da lì a Tripoli, dove viene detenuto in uno dei cosiddetti “Centri governativi”. Qui effettivamente le condizioni sono migliori, e per la prima volta viene a contatto con l’UNHCR e con altre organizzazioni. La ricerca di una soluzione “per gli yemeniti” è lunga e sembra priva di vie d’uscita, finché un giorno viene comunicato ad Ahmed e agli altri che c’è la possibilità di un visto per il Niger. Non è l’Europa, ma il desiderio di uscire dalla Libia è grande e la sensazione è comunque piacevole. Il giorno della partenza si scopre invece che la destinazione è l’Italia. La gioia di Ahmed non si contiene. “Ho ballato tanto quel giorno”.

Qui la vitalità dei ventiquattro anni di Ahmed e del suo carattere positivo emerge in tutta la sua forza: “Questa storia mi è servita tanto. Ho conosciuto tante persone, tanti amici, e soprattutto nella mia vita, quando troverò un ostacolo, penserò sempre a quello che ho superato, e non mi arrenderò”.

Dare voce alle storie dei migranti significa dare loro dignità, in qualche caso restituirla. Significa anche provare a capire, per chi non ha vissuto questa esperienza, e farsi sentire, in una narrazione comune così uniformata e spesso distorta.

pubblico presente alla serata l'attualità del male