La seconda patria

Documentario sui migranti italiani in Québec

Il 12 novembre 2019 al cinema Verdi di Candelo (BI) è stato proiettato il documentario La seconda patria (Another homeland), del regista torinese Paolo Quaregna. La proiezione, seguita da un dibattito con il regista e con gli ospiti Guido Dotti della comunità monastica di Bose e Vincenzo Buttafuoco, vicepresidente delle ACLI di Biella, è stata promossa da ACLI, Caritas, Pacefuturo e VideoAstolfoSullaLuna.

Una bella occasione per sentire parlare di emigrazione e per sentire le storie dalla voce dei protagonisti. Ecco, la prima cosa che colpisce sono proprio le voci dei protagonisti, o meglio, il loro linguaggio: dopo più di sessant’anni trascorsi in Canada, i protagonisti delle interviste parlano un italo-canadese, ossia un francese con accento fortemente québequois mescolato ad un italiano con accento fortemente meridionale o veneto. I loro figli, perlopiù, parlano solo francese, salvo poi sfoderare alcune parole con perfetta pronuncia italiana, e allora senti aria di casa. Poi pensi per quanti bambini e ragazzi di famiglia marocchina, rumena, albanese, cinese nati oggi in Italia è proprio la stessa cosa…

Nelle interviste emergono i ricordi delle molteplici emigrazioni (la maggior parte di loro prima era emigrata in Belgio, o in Germania, o in altre zone del Canada) e poi dell’arrivo nel Grande Nord negli anni ‘50, quando per lavorare nella miniera di Shefferville non occorrevano competenze professionali, se non tantissima “voglia del lavoro” e tantissima capacità di adattarsi. Se era richiesto un falegname, “ti davano in mano un martello e diventavi falegname”, spiega uno degli intervistati.

Il Grande Nord era anche il Grande Freddo, per emigranti che non avrebbero mai immaginato la neve nel mese di maggio; ma ci si adattava, e nel piccolo giardino delle case in legno c’era chi riusciva a piantare pomodori e persino alberi di fico, per poter mangiare italiano. Col tempo, poi, e soprattutto con la chiusura definitiva della miniera, i mestieri sono cambiati: e così ritroviamo piccoli commercianti o artigiani (macellai, baristi, barbieri), che producono salsicce alla maniera abruzzese, fanno il caffè Segafredo e hanno una “barberia” in cui sembra di entrare in un salone di provincia degli anni ‘50. Sì, nella loro memoria in effetti il tempo in parte si è fermato, soprattutto quando si tratta dell’Italia. Quell’Italia che invece li ha dimenticati, quando sono partiti, e ha continuato a dimenticarli quando si sono costruiti una vita al di là dell’Oceano, nella loro seconda patria. Una sarta emigrata dall’Abruzzo racconta la rabbia che provava i primi tempi, quando si rendeva conto che lì in Canada c’erano tanti italiani in gamba, che erano riusciti ad essere creativi nelle situazioni più varie, che avevano portato le loro capacità, i loro saperi, e che l’Italia “aveva lasciato andare via”, dimenticandosi di loro. La maggior parte di loro partiva da una miseria estrema, e la miseria non interessava all’Italia, come forse non interessa neanche adesso, è stato notato nel dibattito.

Non è la prima volta che la cinematografia si occupa dei migranti italiani in Canada: ci sono due interessanti film del regista italo canadese Paul Tana, intervistato nel documentario, che in Canada hanno avuto molto successo mentre sono stati visti pochissimo in Italia: Caffè Italia Montréal (1985) e Ricordati di noi (2008). Nel documentario di Quaregna sono riportati alcuni bellissimi spezzoni di questi film, e fa tenerezza vedere i volti degli emigranti e dei loro amici e parenti rimasti in Italia, che salutano i loro cari o ricordano la loro terra con semplicità e grande umanità.

Dei 25 milioni di italiani emigrati tra la fine dell’Ottocento e la fine del Novecento, circa 1 milione e 500 mila si sono trasferiti in Canada. Le loro vite, come la vita di ogni persona che cerca il suo posto sulla Terra, sono degne di essere raccontate.