Il mio è un bel condominio

Il mio condomìnio è un bel condomìnio

Un’esperienza di buon vicinato

Mattoncini rossi sulla facciata, i giardini davanti e i giochi dei bimbi che ti avvisano che la primavera è arrivata.

Una ventina di alloggi, ma numericamente non siamo in tanti: soprattutto coppie di anziani, signore rimaste vedove, pochissimi bambini.  Le famiglie ‘giovani’ (come era la mia quando mi sono sposata trent’anni fa) che iniziano a svuotarsi perché i figli vanno via a studiare e poi… loro tre. I tre ragazzi arrivati da lontano, dal Mali.

Africa nera in un distinto condomìnio in piena zona residenziale di Biella, non in una vecchia casa nel paesino isolato, meglio se semi abbandonato. Non europei dell’est dal colore simile al nostro, non donne bianche rassicuranti che si prendono cura dei nostri anziani. No: tre-uomini-alti-giovani-decisamente neri. La lingua incomprensibile, le voci sempre un po’ troppo forti, il sorriso bianchissimo. Insomma, non passano inosservati.

Quando il centro salesiano di Muzzano ha chiuso l’ospitalità, la cooperativa a cui erano affidati i 49 rifugiati dell’emergenza nord Africa ha sperimentato il sistema dell’accoglienza diffusa: i ragazzi sono stati sparpagliati in famiglie, parrocchie, alloggi individuali. Un’esperienza che, non solo a livello biellese ma in tutta Italia, si è dimostrata positiva, quella che viene chiamata ‘una buona prassi’. I centri con grossi numeri di persone non funzionano: fanno un po’ paura e soprattutto sono soltanto ‘depositi’ dove lasciare questi pacchi scomodi. Non ci sono operatori in numero sufficiente, non vengono quindi dati in modo efficace i servizi essenziali come lo studio dell’italiano, la preparazione alla Commissione, le cure mediche e psicologiche (non dimentichiamo che i rifugiati sono persone sopravvissute a guerre, attraversamenti traumatici del deserto e del Mediterraneo, torture).  Nei piccoli gruppi invece si lavora meglio, inoltre è accertato: il non conoscere genera paura, diffidenza, ma se ‘ l’altro’ ha un nome, se intravedi la sua storia dietro a due occhi scuri, inizi a capire che forse tanto diversi in fondo non siamo, le paure e le gioie sono le stesse.

Io e la mia famiglia andavamo come volontari a Muzzano e conoscevamo tutti i 49 ragazzi, uno per uno. Quando si è presentata la necessità di cercare sistemazioni, abbiamo proposto agli altri condòmini di affittare l’alloggio dell’ex-portineria, vuoto da anni e che non dava nessuna rendita. Non è stato facilissimo, abbiamo garantito noi sulle persone che sarebbero arrivate, non tutti erano convinti, la frase ‘non sono razzista, però..’ è stata bisbigliata ma, grazie al supporto dei condòmini più aperti e alla nostra garanzia, l’accordo è stato raggiunto e dal 2012 i ragazzi abitano qui, uno di loro è stato perfino assunto per le pulizie condominiali. 

Pagano regolarmente l’affitto, hanno imparato a destreggiarsi tra rate condominiali, tariffe rifiuti, come risparmiare sulla bolletta elettrica. Cucinano e lavano da soli, la domenica c’è un po’ di movimento quando ricevono gli amici, ma stanno attenti a non disturbare. Io, da tipica mamma italiana, continuo a supervisionare ma sempre di meno.

Se fossero stati tre studenti fuori casa o tre giocatori americani di basket in trasferta, io non sarei adesso qui a scrivere questa storia.  Un alloggio è stato affittato, dov’è la notizia? Invece, a causa della loro nazionalità, questo fatto anche se siamo nel 2019, ha ancora una veste di eccezionalità quando dovrebbe invece essere la normalità. I miei amici maliani hanno un vissuto alle spalle che i nostri figli neanche si immaginano, sono dei sopravvissuti che hanno visto la morte in faccia a vent’anni, arrivano da villaggi sperduti senza corrente elettrica né acqua corrente, niente scuole, niente ospedali, eppure hanno mantenuto la dignità e faticosamente raggiunto l’autonomia.  Li abbiamo aiutati, certo, e che male c’è? Noi siamo comunque i privilegiati, non dimentichiamocelo mai.

Allora scrivo perché io vorrei che il mio bel condomìnio non restasse solo, vorrei che altri condomìni con portinerie o alloggi vuoti li affittassero come abbiamo fatto noi, le buone pratiche dovrebbero essere contagiose. Perché è un’opportunità, uno scambio, perché erano brutti i cartelli ‘non si affitta a meridionali’, perché è bello scambiare un piatto di pasta con uno di couscous. Certo, non tutti i condòmini la pensano come me, qualcuno ha perfino detto di ‘aver paura di loro’ – i pregiudizi sul colore della pelle sono indistruttibili – ma restano comunque in minoranza, l’importante è che ci sia rispetto reciproco. Noi abbiamo dato l’esempio e mi sento di poter dire che ormai i ragazzi sono parte del condomìnio, ne condividono la vita, la quotidianità, i lutti che purtroppo ci sono stati e gli eventi belli, come la tradizionale festa di Natale: da anni qui ci scambiamo gli auguri durante una serata di tombolata, dolci e brindisi, una consuetudine a cui siamo affezionati.  Lo so, chi lo viene a sapere si stupisce, a quanto pare è un fatto insolito, ma ve l’avevo detto che il mio è un bel condomìnio!!

Ida