I VOLTI DELLA MIGRAZIONE

Non ha mai sognato di trasferirsi in Europa. Moussa Maiga, 25 anni, è originario di Timbuctu, la leggendaria città nel nord del Mali abitata dai Tuareg. In Africa ha vissuto fino al 2012 con la sua famiglia e la moglie, Aissata Toure, che oggi ha 21 anni. Moussa ha studiato nell’istituto salesiano della città e, prima di partire, immaginava che il suo futuro sarebbe stato in Mali. La guerra civile però ha infranto ogni progetto: «La vita era difficile» racconta dal divano di casa sua, a Quaregna. È il paese in cui oggi vive e lavora. Ed è dove, da poco più di un mese, ha riabbracciato la sua Aissa, arrivata in Italia con la pratica del ricongiungimento.

«A lungo ho pensato che non l’avrei mai più rivista» dice Moussa. «Nel 2012 la guerra ha reso pericoloso e complicato vivere in Mali. Un giorno con Aissa e la mia famiglia abbiamo deciso di scappare, ma i ribelli ci hanno fermati. Hanno separato le donne dagli uomini, impedendoci di proseguire insieme. Io sono riuscito a fuggire e ho preso la strada verso il Burkina Faso, perdendo ogni traccia di mia moglie e dei miei genitori».

Aissata nel frattempo riesce a dirigersi a sud, verso la capitale Bamako. Si stabilirà in questo grande centro, e negli anni a venire svolgerà il lavoro di segretaria in un ufficio. Per molto tempo lei e Moussa non riescono a sapere più niente l’uno dell’altra: i ribelli hanno sottratto i telefoni e tutto ciò che avrebbe consentito loro di restare in contatto.

Intanto la fuga di Moussa prosegue in Burkina Faso e poi in Niger: «Nel 2014 sono riuscito ad arrivare in Libia. Ho trovato una situazione terribile: io e le persone che erano con me siamo stati venduti e incarcerati. Ho trascorso molti mesi in diverse prigioni. Prima nella zona di Sabha, nell’ovest della Libia: in quel centro c’erano più di 200 migranti». Moussa racconta delle condizioni disumane in cui ha vissuto e delle torture subite dai suoi aguzzini. «Ogni mattina i carcerieri uccidevano una persona. A chi non era già stato sottratto tutto, veniva imposto di consegnare soldi e  altri averi. Un ragazzo ivoriano è stato torturato alle mani perché non aveva denaro».

 

Moussa poi viene trasferito in un carcere a Tripoli, nel nord. «Anche qui la situazione è stata tragica. C’era chi moriva di fame. Io in quel periodo ho trovato la forza di resistere perché pensavo a mia moglie. Quando i ribelli ci hanno separati, in molti momenti ho immaginato che fosse morta, e con lei la mia famiglia. In altre circostanze speravo con tutto me stesso che fosse viva e che un giorno l’avrei ritrovata».

Dopo mesi di detenzione Moussa riesce a scappare dal carcere. A Tripoli trova lavoro in un supermercato. «In quel periodo ho sentito parlare della possibilità di fuggire in Europa su una barca. Io non avevo mai desiderato lasciare l’Africa: fino al giorno in cui ho dovuto scappare da Timbuctu, avevo sempre immaginato di restare in Mali. Mio padre era un insegnante, la mia famiglia stava bene: non avevo ragione di sognare un Paese straniero».

La Libia però non gli lascia scelta: Moussa vuole abbandonare quell’inferno, decide così di intraprendere il viaggio attraverso il Mediterraneo. «Eravamo in 150 su un gommone. C’erano anche donne e bambini. La barca dopo alcune miglia è affondata al largo della Tunisia. Ci siamo salvati in 15. Ricordo scene terribili di disperazione e morte. Abbiamo atteso molte ore l’arrivo della nave che ci ha portati a Catania».

Dalla Sicilia Moussa viene trasferito a Settimo Torinese e, dopo circa un mese, arriva a Cossato. Viene inserito nel centro d’accoglienza, oggi chiuso, di Cascina Aurora. È il 2016: l’anno in cui la sua vita ha una svolta. Moussa impara l’italiano, inizia un percorso di autonomia lasciando il centro per andare a vivere prima a Valle Mosso e poi a Chiavazza. Vive l’ansia della commissione territoriale che deciderà se ha diritto a restare in Italia. L’esito dopo alcuni mesi è positivo, nel frattempo Moussa frequenta il corso al Cnos Fap di Vigliano per diventare saldatore.

 

«Durante quel periodo non ho mai perso la speranza di rimettermi in contatto con mia moglie: quando sentivo alcuni amici rimasti in Africa chiedevo sempre se avessero sue notizie. Finché un giorno ho aperto un profilo Facebook nuovo: quello vecchio era andato perso con il telefono. Ho provato a digitare il nome di Aissata ed è comparsa la sua immagine: ho iniziato a piangere e piangere, con un’emozione fortissima nel cuore».

Moussa e Aissa tornano finalmente in contatto. I fili del loro amore sono di nuovo annodati: lui, con rinnovata energia, inizia a lavorare a Quaregna come tirocinante in un’impresa che produce macchinari tessili. La sua esperienza prosegue anche oggi, con un contratto a tempo determinato. «Quando ho ritrovato Aissa ho subito chiesto aiuto per iniziare le pratiche e farla arrivare in Italia».

Sei mesi di attesa per i documenti, durante i quali Moussa ha cercato una casa per due. Finché a dicembre Aissa è arrivata: ora sta imparando l’italiano e si sta abituando al clima. Finalmente insieme, lei e Moussa, sono pronti a scrivere una nuova pagina di vita.

CHIARA MARCANDINO (da Il Biellese del 14 febbraio 20202)