#corridoiumanitari: Daniele Albanese racconta

Di occhi impauriti per aver subito violenze e torture. Di guerra e schiavismo nel mondo moderno. Di schiavi, di ricatti e di trafficanti. Di abusi sessuali come arma di sottomissione. Di plastica bruciata sulla pelle. Di picchiare i bambini. Di morire. Di veder morire. Di non avere una casa dove tornare. Di tutto quello che ho ascoltato negli ultimi mesi dal Sudan alla Libia, dall’Iraq alla Siria, e dei sentimenti provati.

“era la stessa vergogna a noi ben nota, quella che ci sommergeva dopo le selezioni, ed ogni volta che ci toccava assistere o sottostare a un oltraggio: la vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altri, e gli rimorde che esista, che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono, e che la sua volontà buona sia stata nulla o scarsa, e non abbia valso a difesa”, da La Tregua di Primo Levi.

Di rinascere. Di tenere accesa una luce di speranza. Di promuovere la pace e la dignità.

Daniele Albanese, 35 anni, di Biella, dal 2008 lavora nella Caritas Diocesana biellese come responsabile dell’area internazionale e dal 2017 collabora con l’ufficio Politiche Migratorie e Protezione Internazionale di Caritas Italiana (Roma). Impegnato in prima linea da molto tempo sul fronte dell’accoglienza, partecipa a reti internazionali per la promozione di vie legali e sicure di ingresso, contro il traffico di esseri umani e per l’integrazione sostenibile. Viaggia di frequente nei campi profughi in Africa e Medio Oriente per seguire i Corridoi umanitari, ossia il Protocollo di intesa con lo Stato italiano, siglato dalla CEI (attraverso Caritas Italiana e Fondazione Migrantes) e dalla Comunità di Sant’Egidio. Per maggiori informazioni visita il sito http://inmigration.caritas.it/.