Corpi Migranti

Corpi Migranti  Sicilia, Italia / Delta del Saloum, Senegal –  2015-2017
di Max Hirzel
locandina mostra corpi migranti

Nel deserto vidi una tomba, era di una ragazza di Douala, e mi chiesi se suo papà e sua mamma, i suoi fratelli e le sorelle sapevano che la loro bimba è là”

Incontrai Alpha a Bamako, nel 2011. L’idea di lavorare sulla gestione dei corpi dei migranti deceduti, in qualche modo risale a quel giorno e alle sue parole. Ho iniziato dai cimiteri, volevo capire dove e come sono sepolti, quanti hanno un nome o cosa in mancanza.

Questi corpi, per quantità ed età delle vittime, rappresentano un’anomalia, una gigante aberrazione che si tende a scambiare per fatalità. Volevo mostrare l’anomalia. Ma anche compiere un piccolo gesto, di attenzione.

Ho visto similitudini nell’estetica tra accoglienza dei vivi e gestione dei morti: codici, file, numeri, linee, tute, mascherine. In entrambi i casi, le storie individuali ci riportano alle persone. Ho fotografato una tomba, un numero inciso con un bastoncino sul cemento, 63; ho poi scoperto essere di una ragazza di circa 25 anni, 1,70 mt e 75 kg, deceduta per annegamento.

Una persona, il suo peso, il suo corpo. Un numero al posto del nome.

Sono sparsi in tutta la Sicilia, cimiteri piccoli e grandi, vicini alle coste e nell’entroterra. A volte sul cemento fresco è incisa una scritta, “sconosciuto nr. 25”, o addirittura “africana”. Può sembrare incuria, invece rappresenta la difficoltà a gestire quella anomalia. Al contrario, la Sicilia dimostra una capacità di compassione straordinaria, non sempre con le prassi ma di sicuro con le persone, e a suo modo ha fatto proprio il lutto che non può essere celebrato dalle famiglie dei migranti. Di nuovo, perché mancano la maggior parte dei nomi. Mi stavo avvicinando all’essenza: l’identificazione.

Da un lato del Mediterraneo delle persone lavorano per restituire un nome a un corpo, dall’altro ci sono le famiglie dei dispersi che senza quel corpo non possono celebrare il lutto. Gli uni sanno poco degli altri, l’incontro tra queste due parti è il cerchio che a volte si chiude. Così questa è diventata la storia di tutti loro.

E’ la storia di Angelo Milazzo, addetto della Procura di Siracusa che ha inventato un suo metodo per rintracciare le famiglie ed avere dati da confrontare; per il naufragio del 24.8.2014 ha identificato 23 vittime su 24. La sua storia s’intreccia con quella di Mohamed Matok, avvocato siriano, diventato amico di Angelo comunicando attraverso WhatssApp. Mohamed è poi partito da Damasco per pregare sulla tomba del fratello e recuperare i suoi effetti personali. 

A riceverlo all’aeroporto di Catania c’era Angelo, così finalmente Mohamed ha potuto abbracciare colui che ha restituito al corpo del fratello il suo nome, Bilal. Aveva 16 anni. Il loro incontro è stato qualcosa di bello, in una storia triste. 

Il 18 aprile 2015 ha luogo l’ennesimo naufragio nel Mediterraneo, il peggiore. Più di 700 morti, 28 sopravvissuti. Il governo italiano compie una scelta inedita: un anno dopo il naufragio, il cosiddetto “barcone degli innocenti” viene recuperato dal fondo del mare, a 370 mt di profondità, e trasportato alla base Nato di Melilli. Inizia un lavoro senza precedenti, tra giugno e novembre in due tende tecniche predisposte in un hangar della base vengono esaminati 450 corpi e relativi effetti personali. Tutti i dati post mortem vengono trasferiti al Labanof, il laboratorio di Antropologia Forense dell’Università di Milano che coordina le diverse equipe, tra cui spicca lo staff del Policlinico di Palermo. Giovani tecnici di autopsia si trovano ad esaminare troppi corpi di coetanei, così come gli addetti delle pompe funebri si trovano ad assemblare troppe bare per depositarvi troppi corpi. L’anomalia era lì, evidente.

Infine la storia porta al Labanof, Laboratorio di Antropologia forense dell’Università di Milano, e al suo staff. Qui si dovranno incrociare i dati delle autopsie svolte a Melilli e i dati che arriveranno dalle famiglie dei dispersi. Ogni reperto viene pulito, asciugato, chiuso in un sacchetto di plastica, inserito in un database con relativa descrizione. Ogni sacchetto riporta il codice del corpo a cui si riferisce, lo stesso inscritto sul sacco che contiene il corpo, sulla bara, sul luogo di sepoltura.

Nel frattempo, nel Saloum, in Senegal, i fratelli e la moglie di Mamadou ignorano tutto ciò. Secondo il racconto di un amico sopravvissuto, Mamadou era con lui su quel barcone il 18 Aprile 2015. Poi è scomparso. In due anni di un’attesa forse infinita, visitano decine di marabut alla ricerca di verità, una qualsiasi verità. Awa, la giovane moglie, poco dopo la partenza del marito ha partorito un bimbo, Mamadou anche lui. I fratelli si sono riuniti in consiglio per dichiararla libera di risposarsi, lei non vuole perché non sa. 

Affrontano un lutto impossibile”, spiega Miriam Orteiza, psicologa della Croce Rossa Internazionale. Bisogna avere prove per accettare la morte, per poter elaborare il lutto devono avere un corpo”.

Il link dell’intervista della mostra su rete biella è:

https://www.facebook.com/1575221686074808/posts/2276087569321546/